MeA Maggio 2016



La Newsletter di Musica e Arte A.C. vuole offrire ai nostri amici sia le notizie che riguardano la nostra attività (concerti, spettacoli, seminari etc) sia piccoli "consigli" dei nostri "redattori" esperti della materia di cui scrivono.
Musica e arte A.C.


Da Lunedì 9 maggio

SONO APERTE LE PRENOTAZIONI
(gratuite)

PER IL PROSSIMO ANNO

Chi si conferma entro il 30 di MAGGIO può mantenere lo stesso giorno ed orario.
Dopo tale data l’orario sarà ritenuto libero.


NEWS


MeA at The Biff

5 Bands della Scuola

DOMENICA 8 Maggio alle 21,30

The BIFF - Roma - Via Isacco Newton 68

INFO e Prenotazioni: 06 6530724




4 Corsi di Perfezionamento

dall'11 al 16 Luglio

iscrizioni aperte

INFO




ARTE
a cura di Paola Ferrara

LA SANTA CHE NON ESISTE


Se vi capita di passare non distrattamente su Via della Magliana, avendo alle spalle piazza Antonio Meucci, potrete scorgere sulla sinistra una chiesina antica: è la CHIESA DI S. PASSERA, che dà le spalle all’antica Via Portuensis e ha la facciata rivolta verso il Tevere, laddove esso descrive un’ansa sulla riva destra.
Ma questa Santa Passera non è mai esistita.
La tradizione narra che durante la persecuzione di Diocleziano, nel 303, un medico di Alessandria d’Egitto di nome Cyro e un soldato di Edessa, Giovanni, divenuto suo discepolo, furono crocefissi a Canopo.
Il Patriarca di Alessandria, S. Cirillo, avrebbe trasferito i corpi dei due martiri a Menoutis, l’attuale Abukir, nella chiesa del luogo.

Un secolo dopo circa (407) sotto l’impero di Onorio e Arcadio, due monaci di nome Grimoaldo e Arnolfo ebbero un sogno premonitore che li spinse - prima dell’invasione dei Saraceni in Egitto - a trasportare i resti dei due cristiani a Roma.

Qui giunti, furono accolti in casa dalla ricca Teodora, che abitava in Trastevere.
Anche lei fece un sogno: le apparvero i due martiri che le chiesero di trasportare i loro resti fuori città, in una chiesetta che la matrona aveva costruito su un terreno di sua proprietà lungo l’antica via Portuense.

Il nome di S. Passera deriverebbe così dalla corruzione, cioè dalla storpiatura del titolo Abbàs Cyrus (cioè Padre Ciro) che si sarebbe trasformato in S. Abbaciro, divenuto poi nei secoli Appacero, Pacero, Pacera e infine Passera.

Il complesso è costituito da 3 livelli, il più profondo dei quali risale al II secolo d.C. ma iniziamo dalla parte più alta e meno antica.
LA CHIESINA è molto semplice: ha pianta rettangolare a navata unica, con abside e soffitto ligneo.
Doveva già esistere nell’VIII secolo e venne ampliata nel XIII secolo.

L’ORATORIO MEDIEVALE del V secolo.
Costruito da Teodora, è divenuto il sotterraneo della chiesa e vi si accede da una porta esterna che si trova a un livello inferiore rispetto alla stessa.
Si tratta di 4 vani intercomunicanti, fatti di laterizio, cioè di mattoni.
Sull’arco dopo la porta di accesso, su un’epigrafe di marmo troviamo la scritta che ricorda l’antico utilizzo del luogo e che recita così:
“ CORPORA SANCTI CYRI ATQUE JOANNIS/ QUAE QUONDAM ROMAE DEDIT ALEXANDRIA MAGNA”
(“ Qui sono i santi corpi di Ciro e Giovanni che un giorno la grande Alessandria dette a Roma”).

MAUSOLEO DI DYONISO, II secolo
Attraverso una ripida scaletta si scende ancora di un livello e ci si trova in una cripta ipogea.
Dovrebbe trattarsi di un mausoleo di età romana, molto simile al Tempietto del dio Redicolo alla Caffarella , della seconda metà del II secolo d.C. e quindi presumibilmente dello stesso periodo.

Del mausoleo si vedono brani di muratura e due finestrelle decorate con cornici fittili al lato della porta d’ingresso.
L’antica decorazione pittorica è gravemente deteriorata a causa delle frequenti piene del fiume e dei profanatori che nel corso dei secoli rubavano le reliquie per farne commercio.
Si intravedono partiture semicircolari a quadranti rossi, con soggetti di tipo funerario, su intonaco bianco. Sulla volta si intravedono grandi stelle a 6 e a 8 punte e altri motivi decorativi.
L’ipogeo, interrato nel ‘700, fu riscoperto nel 1904.

Aperto tutte le domeniche mattina alle h. 10’30 per la celebrazione della Messa.
Chiuso a Luglio e Agosto.
Calendario VISITE GUIDATE 2016:

  • 12 Marzo : h. 15,30
  • 21 Maggio: h. 15,30
  • 24 Settembre : h. 16,30
  • 19 Novembre: h. 15,30

Tel. 06 5501063
Via S. Passera,1

Paola Ferrari

LIBRI
a cura di Giorgio Ghiotti

Rondini per formiche

di Giorgio Ghiotti (nottetempo, 2016)


C'è una poesia contenuta nella raccolta Documento di Amelia Rosselli, in cui il poeta s'interroga sulla fonte di luce che bagna in maniera magnifica e portentosa ogni oggetto presente nella stanza.

Così, come in un restringimento di campo visivo, in un gioco proprio del cinema, l'occhio poetico tenta d'individuare quella fonte partendo dalla periferia della stanza.
Non si tratta della lampada sul comodino, non è la finestra sul soffitto.
E' l'amato, al centro, a emanare luce:

"Forse tu eri magnifico, incendiato, di un vero caso, magnifico nel tuo barattare rondini per formiche",

magnifico cioè nella tua straordinaria capacità di trasformare, con la tua luce, ogni cosa piccola e di poco conto in meraviglia.

Ed è questa l'accusa che la madre Anita rivolge, in un capovolgimento, ai figli Tommaso e Nicole Ciabatti, protagonisti di questo libro: non barattate rondini per formiche. Non perdete cioè tempo dietro alle storie, ai libri, ai sogni.

E loro non stanno a sentire, e mentre gli eventi accadono, loro li apprendono come fossero già delle storie, e mentre li apprendono scoprono i loro desideri e i loro istinti.
Tra questi, l'istinto più antico del mondo, quello materno, che rifugge il femminile o il maschile, e si configura esclusivamente come il "prendersi cura dell'altro", al di là dei vincoli di sangue che poco o nulla contano, perché l'elezione conta più del sangue.

Prima di lasciarvi a un breve estratto dal libro, mi piace ricordare con voi quello che è, per me, il mito più bello del mondo, un mito sul cosa vuol dire maternità: la nascita di Dioniso. Eccolo:
Nella mitologia si racconta di amori segreti tra Semele, figlia di Cadmo e Armonia, e Zeus il quale, spinto dalla gelosia di Hera a presentarsi a Semele tra tuoni e lampi, la folgorò.
Per salvare dalle fiamme il feto di Dioniso, Zeus se lo cucì nella coscia fino al termine della gestazione.
Così il padre degli dèi divenne madre e diede alla luce suo figlio.

da Rondini per formiche di Giorgio Ghiotti (nottetempo, 2016)

"La rivelazione giunse come un tradimento.
Aprii l’armadio; l’odore della naftalina mi fece girare la testa.
Nostro padre si lamentava di continuo, quando ancora faceva parte della famiglia a tempo pieno, della naftalina chiusa in bustine decorate a fiori, diceva ad Anita: Sono anni che ci portiamo appresso l’odore.

Proprio così diceva: Sono anni che ci portiamo appresso l’odore, ed era un odore di chiuso, un puzzo di claustrofobia e buio notte, il blu delle camicie che tutti scambiano col nero e indagano alla luce del sole come se bastasse la luce per cacciare le ombre – ecco le Ombre della sera (altissimi bronzi etruschi) sulla cassettiera in salotto, la luce proiettava la loro figura sul muro e in casa Ciabatti era l’ago dell’orologio a mezzogiorno. Mio padre somigliava a una di quelle statuette, sottile e magro e appena curvo nel suo passare di stanza in stanza sotto le porte, era una lampada di design, quello che gioca a toglier via e va per sottrazione. Mio padre, nella casa della nostra infanzia, stava proprio bene. Una mancanza dentro una mancanza.

Attaccata con lo scotch alla parete interna del mio armadio, come un piccolo altare votivo senza lume, c’era la foto di mia madre. Gliela scattai io un pomeriggio al supermercato con la Polaroid che mi era stata regalata per il compleanno. Nella foto, mamma è china sulle cassette della frutta, la mano in un guanto di plastica trasparente, sta scegliendo le pere più dure perché si mantengano qualche giorno. Quando, tornati a casa, le mostrai la foto, disse solo: Non c’erano abbastanza mature. Stasera niente frutta. Poi scelse una cornice piccolissima. No, lascia che la tenga io.

La contemplavo in quella foto scampata a una cornice di resina e più la osservavo, più mi sembrava d’averla ritratta nel suo habitat naturale, tra i colori delle arance, delle mele (quelle rosse e quelle verdi), delle melanzane. La prima volta che, in gita scolastica, visitai lo zoo, capii la differenza tra la natura e la cattività. Quel pomeriggio, sotto il neon del reparto frutta e verdura, costretta nel freddo del banco surgelati alle spalle, apparteneva senza dubbio alla seconda.

Nello scatto stava come una leonessa dietro il vetro della gabbia: offesa ma pur sempre bellissima. Accadde addirittura che la donna in foto superasse in perfezione l’altra, quella distesa sul letto nella camera accanto persa in chissà quali incubi della mente.

Aprii l’armadio, la guardai un’ultima volta col capo basso della penitenza; poi staccai lo scotch e piegai la foto riponendola per sempre tra le pagine di un libro. Presi così congedo da Anita, preferendole il corpo teso di Michele, lo spreco della sua giovinezza, la nudità di ogni sua menzogna.
Quella notte ebbi una visione.
Non c’era più la nostra casa, e neppure il palazzo, c’era solo la tromba delle scale e io iniziavo a scenderle sempre più veloce rischiando di inciampare a ogni gradino. Dapprima correvo per scappare da qualcosa, poi mi accorsi di fuggire verso. Verso Anita, ferma al fondo, piccolissima come una bambola e screpolata. Io correvo a perdifiato e a ogni piano lasciato alle spalle ne apparivano due nuovi e l’immagine di lei si allontanava rimpicciolendo, un cammeo bianchissimo e tondo lanciato in un vuoto senza fondo. La persi di vista, caddi, mi svegliai zuppo di terrore e vidi fuori dalla finestra tanti lumini in lontananza nella notte, i lumini dei morti che non si spengono neanche col vento e la pioggia perché l’olio alimenta la fiamma.

Chiesi perdono ai morti pregando di fermare lì il tempo, di congelare anche lei nel banco surgelati insieme ai calamari ai sofficini al cuor di spinaci, di lasciarmela cercare nella camera dietro la parete, nel sonno (...)"

Giorgio Ghiotti