MeA Febbraio 2016

LIBRI
a cura di Giorgio Ghiotti


Il meraviglioso viaggio di Octavio

di Miguel Bonnefoy (trad. Francesca Bononi)

66thand2nd, 2015, 110 pagine, Euro 16,00


Difficile, sentendo nominare Macondo, non pensare a quelle quattro case d’argilla promosse a villaggio da José Arcadio Buendìa e da Ursula Iguaràn, e con un Aureliano, cent’anni più tardi, scomparse per sempre, bandite dalla memoria.

Difficile non ricordarsi delle presenze inquietanti (inquietanti perché quanto mai reali e non meglio identificate) del racconto “Casa tomada” di Julio Cortazar nel sentire alla televisione di abitazioni occupate in un centro urbano.

E si potrebbe andare avanti ancora a lungo: dai meravigliosi nomi degli abitanti-fantasmi reali o sognati della cittadina di Comala in “Pedro Paramo”, a Brausen che origlia le conversazioni dei suoi vicini da pareti sottilissime mentre sua moglie è in ospedale, creando una realtà personale e di gran lunga più eccitante della vita vera che fa de “La vita breve” un capolavoro assoluto.

Ecco: da oggi il nome di Octavio, protagonista allegro e disarmato del romanzo Il meraviglioso viaggio di Octavio di Miguel Bonnefoy, significherà qualcosa di ben preciso.

Perché Octavio, come spesso accade con i personaggi di Juan Carlos Onetti, di José Emilio Pacheco, di Jorge Luis Borges e Alejo Carpentier, incarna il sogno e l’incubo del Sud America, la sua vitalistica natura vasta e feroce e il suo ritmo affascinante che tanta fortuna ha avuto presso i lettori di tutto il mondo.

Octavio è analfabeta, non sa leggere né scrivere, così quando il medico gli prescrive delle medicine incidendo i loro nomi sul legno del tavolo (perché di carta, in casa, non ce n’è), Octavio carica il tavolo e lo porta in farmacia come una qualunque ricetta, tra la curiosità e il fastidio della farmacista.

“Come i mostri o i geni, Octavio avrebbe lasciato il mondo senza discendenza.

La sua robustezza e il suo slancio nei confronti della vita gli venivano direttamente da quella massa di libertà che non poteva trasmettere a nessuno.

Era uno di quegli uomini che, come gli alberi, non possono che morire in piedi.”

È Venezuela, la bellissima insonne costretta a sieste diurne imprevedibili, a fornire ad Octavio le parole necessarie, insegnandogli a leggere e a scrivere attraverso i racconti carichi di atmosfere fantastiche di un passato venezuelano bollente, fresco ancora della giovane libertà conquistata dopo la dittatura: “A quei tempi a Maracaibo, nell’ovest del Venezuela, faceva talmente caldo che la gente cucinava le uova sui cofani delle auto. (…)

In certi momenti l’aria era così densa che le mosche, invece di volare, si lasciavano schiacciare.

”E ancora: “il giorno in cui è caduta la dittatura, il 23 gennaio 1958, e hanno liberato il paese con le armi ancora calde del sole pomeridiano, hanno tutti aspettato che fosse sera per iniziare a combattere.”

Ma l’amore che nasce tra Octavio e Venezuela è solo una parentesi di sogno, chiusa quando Octavio viene assoldato da una banda di ladri gentiluomini che organizzano un colpo proprio in casa dell’amata Venezuela.

È allora che Octavio impara come si coniuga il verbo ‘rubare’ e quanto grande può essere un dolore.

In cerca di riscatto come moltissimi personaggi della letteratura ispanoamericana (dal gaucho Martìn Fierro di José Hernandez divenuto, da nemico della società, eroe nazionale argentino, all’Ifigenia di Teresa de la Parra, anch’essa testimone di un Venezuela selvaggio, ancora arretrato rispetto all’Europa, passando per le avventure del ragazzino protagonista del “Giocattolo rabbioso di Roberto Arlt), Octavio viaggia alla scoperta dei molti volti dell’America Latina e della propria identità, senza più un luogo da chiamare casa ma con la forza delle parole ad armare i suoi occhi del necessario per attraversare il mondo: “Don Octavio lasciò la bidonville nel cuore della notte. (…)

Per pochi bolìvares trasportò sacchi di sabbia, imbiancò a calce i muri, sbriciolò il cemento… Conobbe i ripari dove si dormiva male, conobbe la fame e la follia. La polvere gli affaticò gli occhi.” Viene la stagione delle piogge, passano i giorni, i mesi, e Octavio ne diventa protagonista involontario senza più contarli.

“Di lui non restava altro che un profumo di gesso e di luce, come l’effigie di un mondo dimenticato.”

Un romanzo che eredita la grande lezione del realismo magico e la porta avanti, regalando una storia irresistibile, piena di colori di avventura e di nostalgia.

Giorgio Ghiotti

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